TK's Sentiment Outlook  - Quadro Macroeconomico - Pagina 01

TK’s Sentiment Outlook Speciale 2005 

   Parte C)   Prospettive del Quadro Macroeconomico per il 2005

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Premessa

Dobbiamo premettere che in questa sezione dal titolo piuttosto importante: “Prospettive del Quadro Macroeconomico per il 2005” non ci proponiamo di individuare un quadro di possibile sviluppo macroeconomico mondiale del tipo di quelli fatti da Banche Centrali o prestigiosi Istituti Internazionali sulla base di complessi modelli macroeconomici. Non ne saremmo capaci e forse sarebbe piuttosto privo di utilità per il nostro scopo.  

Più pragmaticamente ci proponiamo di individuare quali sono le più importanti relazioni che il mutare del quadro macroeconomico trasferisce ai mercati finanziari e segnatamente a quelli azionari e farci una opinione del loro livello di affidabilità nel tempo; come vedremo, relazioni che possono apparire sorprendenti per un anno sono del tutto disattese l’anno successivo e viceversa. In questo contesto prima di entrare nel vivo di questo lavoro riteniamo interessante soffermare l'attenzione di chi ci segue sui tre elementi di riflessione che ora andiamo ad esporre:

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Punto Numero 1) L’evoluzione dei mercati azionari risente di molte componenti e tra queste una componente molto importante è certamente l'evoluzione del sottostante quadro economico descritto dalla crescita del Prodotto Interno Lordo specie a riguardo degli effetti che l’evoluzione economica di un Paese o di un settore trasferisce, in termini di rapporto price/earnings (Prezzo di una azione rapportata alla quota parte dell’utile della società relativa a quella singola azione) sul livello di sue quotazioni. 

E’ infatti del tutto ben evidente che una economia in forte crescita favorisce la produzione di elevati redditi per le aziende e conseguentemente questi elevati redditi gestionali delle aziende quotate a parità di altri fattori li rendano più appetibili p un loro investimento rispetto ad altri momenti caratterizzati da una economia stagnante. Nondimeno il comportamento dei mercati azionari risente in larga misura, e dal nostro punto di vista anche in misura superiore alla incidenza dei rapporti price/earnings, a stati emotivi della collettività degli operatori che si alternano con cadenza ciclica abbastanza regolare ogni 4 5 anni. 

Durante la evoluzione di questi cicli, si vengano a presentare sui mercati azionari nuovi operatori i quali sono animati da un desiderio di guadagnare e quindi sono portati ad investire senza darsi troppa cura del reale andamento economico sottostante. Analogamente nelle fasi di declino dei mercati azionari, che normalmente durano 1 - 1,5 anni di questo ciclo complessivo di 5 anni, l’evoluzione anche meno negativa di quello che in quel momento si legge del quadro economico sottostante, esercita un effetto assai limitato sul sentiment generale degli operatori che langue in modo sconsolato in quanto in quella situazione molti operatori si trovano di norma a fare i conti con pesanti perdite e quindi sono poco sensibili a prendere in considerazione il miglioramento del quadro economico sottostante.  

Questo comportamento ciclico degli operatori che si trasferisce ai mercati azionari è facente parte del più generalizzato comportamento umano e il mutare dei mercati finanziari, e anche il mutare degli strumenti di accesso agli stessi mercati, può esercitare leggeri adattamenti di mero “ordine tecnologico” ma non certo modificare nelle sue fondamenta le tendenze del comportamento umano fatto di avidità e di frustrazioni che sono assolutamente invariabili nel tempo e che tanta influenza esercitano nel condizionare l’evoluzione dei mercati azionari. 

Tutto questo per dire come non possiamo attenderci più di tanto andamenti in qualche modo coerenti tra evoluzione di mercati finanziari misurabili ad esempio in termini di crescita del Prodotto Interno Lordo e crescita dei mercati azionari. Certamente adottare un atteggiamento gestionale basato su questi assunti che pure, in linea del tutto teorica possono dare frutti interessanti nel lungo termine come sta alla base della ratio che guida gli investimenti in Fondo azionari, può condurre a risultati non soddisfacenti se misurati su intervalli più brevi fatti di anni o meglio ancora di semestri e trimestri; noi dobbiamo muoverci in modo diverso.  

Noi ci sentiamo in dovere di dare una risposta anche deontologica anno dopo anno delle nostre indicazioni che forniamo e certamente non possiamo affidarci a questi metodi dai risultati quantomeno incerti nel lungo periodo e del tutto inaffidabili su orizzonti temporali fatti di semestri o di anni che sono i periodi temporali sui quali è corretto misurare il lavoro di chi si propone di fornire un serio e responsabile International Asset Allocation Advisory Capacity.

Figura 1) Crescita del Prodotto Interno Lordo Area Unione Europea e andamento del Mercato Azionario Italiano 

Figura 2) Indice MSCI descritto da un ciclo di 48 mesi 

L’esame comparato dell’andamento dei mercati azionari in risposta sia al mutare del quadro macroeconomico, rappresentato in figura 1 dalla crescita del Prodotto Interno Lordo della Unione Europea e andamento di un mercato azionario, qui quello italiano, evidenza i limiti di approcci basati su questi elementi. 

Ben diversa è l’indicazione che all’opposto possiamo trarre dall’esame del comportamento ciclico dei mercati e infatti proprio la regolare evoluzione ciclica dell’insieme dei mercati azionari, qui rappresentata dall’indice MSCI in Dollari ci ha guidato con profitto in passato e continuerà a guidarci anche in questo esercizio di formulazione di una previsione per il 2005.

Non faremo tuttavia totale astrazione delle implicazioni di carattere macroeconomiche che devono essere certamente prese in considerazione per quanto esse possono dare in tema di formulazione di previsioni e proprio a questo tema è dedicata la presente parte che merita tuttavia ulteriori elementi di riflessione prima di essere affrontata in pieno.

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Punto Numero 2) Il secondo punto per il quale è interessante portare debita attenzione alla evoluzione macroeconomica internazionale riguarda l’elevatissima erogazione di dati sull'andamento delle economie da parte sia degli Stati Uniti e sia da parte dei Paesi della Comunità Europee come da parte di ogni altro Paese. Certamente la quasi giornaliera erogazione di questi dati, di cui possiamo avere una idea dalla tavola sotto riportata, non facilita la loro serena interpretazioni da parte degli analisti e più ancora da parte degli Operatori. Questi possono infatti trovarsi all'interno della stessa settimana con due dati del tutto discordanti che con effetti di evidente confusione.  

Esemplificazione di parte dei dati macroeconomici internazionali diffusi nel mese di Dicembre 2004 

A riguardo di questa ampia serie di dati economici dovremo inoltre fare una distinzione tra quelli che sono dati consuntivi e quelli che sono dati preventivi o di misurazione del sentiment quale ad esempio il famoso Indice di Fiducia dei Consumatori americani che non viene determinato su base statistica su dati reali ma su base di sondaggi. 

Non siamo a conoscenza della metodologia di produzione di queste statistiche mensili e conseguentemente della loro affidabilità, ma in termini di trasparenza ed efficacia di rapporti con la comunità da parte di Enti Federali Americani preposti a questi sondaggi, non possiamo non ritornare con la memoria a quanto abbiamo osservato nelle elezioni del presidente Bush quattro anni fa allo stato della Florida. Forse sarebbe corretto dare a questi dati l’importanza che oggettivamente si meritano ma se d’altra parte il mondo dei mercati finanziari basa le proprie aspettative ed anche le proprie scelte gestionali giorno dopo giorno su di essi non possiamo non prenderli in esame anche noi nel nostro lavoro.  

Su questo tema di interpretazione della nutrita serie di dati economici americani ed Europei un analista dovrebbe essere capace di attribuire ad essi una scala di valore sua propria dei singoli dati e poi limitarsi a porre l'attenzione soltanto ad esempio sui primi cinque della lista abbandonando tutta quella serie di dati che hanno una importanza piuttosto marginale nel muovere realmente in modo determinante i mercati azionari e che al contrario possono esercitare solo impercettibili ed effimere azioni di disturbo destinate a rientrare quanto prima.  

A titolo di esempio la variazione della occupazione americana su base settimanale non può certo influenzare l'andamento di fondo di un mercato azionario inserite in un ciclo quinquennale ma a molti commentatori torna utile commentare a posteriori una oscillazione di uno 0.08% di un indice del mercato attribuendo la ragione alla variazioni di 12.000 unità occupate in più o in meno in un Paese di trecento milioni di persone. 

Diverso è esaminare l’evoluzione di un certo dato nel tempo cercando di metterlo in relazione alla evoluzione dei mercati finanziari, parlando di trend nel tempo e non di singoli dati on the spot, possono emergere riflessioni interessanti a riguardo delle quali dedichiamo ampio spazio sulla presente parte del lavoro annuale.  

Non dobbiamo tuttavia nemmeno confidare in modo eccessivo sulla stabilità nel tempo di relazioni che appaiono non solo frutto di logica elementare, anche ben dimostrata per periodi piuttosto brevi, ma insufficiente per poterli considerare come espressione di una tendenza di fondo robusta sulla quale impostare il nostro modo di approcciare e prevedere i mercati azionari.

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Punto Numero 3) Il terzo elemento per il quale è comunque necessario cercare di farsi una visione di fondo dell'economia nel suo insieme è dovuta al fatto che il presentarsi di alcuni interventi su alcune grandezze fondamentali di carattere macroeconomici, da parte di precise decisioni di Governi e quindi non derivanti da una semplice evoluzione del trend in atto, possono realmente influenzare specifici mercati finanziari che a loro volta esercitano un importante effetto sui mercati azionari.  

Ci riferiamo ad esempio all'andamento dello sbilancio commerciale della bilancia dei pagamenti americana per gli effetti che questo trasferisce sulla dinamiche valutarie così come possiamo riferirci al livello di inflazione sia americana sia in Europa per gli effetti che formalmente questa variazione dei prezzi trasferisce sui tassi di interesse. 

Stigmatizziamo il termine formalmente in quanto, come abbiamo più volte detto su queste pagine, mentre la Banca Centrale Europa allo stato delle cose per statuto è tenuta a modificare i tassi di interesse sull'Euro unicamente al fine di combattere l'inflazione dei Paesi aderenti, in America la FED ha libertà di azione per intervenire sui tassi di interesse sul Dollaro in una chiave di più ampia politica economica, e non solo monetaria, volta cioè a favorire il più armonico e solido sviluppò economico degli Stati Uniti pur senza con questo subire il costo di una elevata inflazione.  

Riservandoci di riprendere più avanti questo importante argomento, vogliamo fin da subito dire che i diversi gradi di libertà di cui gode la Banca Centrale Americana FED e più in generale il Governo Americano da un lato e la Banca Centrale Europea e relativi Governi dei Paesi aderenti dall'altro creano una situazione di svantaggio competitivo in termini di interventi macroeconomici dell'Europa rispetto gli Stati Uniti con indubbi effetti sul diverso tasso di crescita dei due aggregati economici sulle due sponde dell’Atlantico. 

Con il termine situazione di svantaggio competitivo vogliamo esprimere il nostro orientamento in base al quale la formale difesa ad oltranza del rapporto del 3% tra Deficit e PIL da parte dei Paesi della Unione Europea è, non solo da noi, considerata una gabbia ai Paesi aderenti che esercita effetti di condizionamento relativo alle misure di politica economica superiori ai vantaggi che il suo rigoroso rispetto comporta (o comporterebbe come sarebbe più corretto dire per essere più vicini alla realtà visti i saldi dei più importanti Paesi quali Francia e Germania).

Figura 3) Andamento livello inflazione Unione Europea e Tassi di interesse a 3 mesi su Euro 

Se certamente questa mission della banca Centrale Europea era idonee al momento di il trattato di Maastricht nel 1992, con tasso di inflazione del 4% e tassi di interesse sull’ECU-Euro del 9% come rappresentato in figura 3, ora gli Stati aderenti devono poter disporre di una libertà d'azione per intervenire in una misura di politica economica espansiva e quindi con una politica di misurato public spending di cui fa largo uso il Governo Americano per sviluppare la sua economia è allo stato vietata ai Governi Europei. (Anche se poi ciascuno per conto suo…)  

Vogliamo quindi chiudere questa premessa evidenziando quella che è una sorta di polarizzazione della situazione generale a livello mondiale che vede da un lato una economia americana con un forte tasso di crescita economica e un elevato grado di libertà riservato ai suoi governanti che possono muoversi su molti fronti di politica economica e una Europa caratterizzata da un tasso di crescita molto bassa e vincolata a muoversi in un angusto sentiero di stretta politica monetaria privata quindi di ogni altro strumento di intervento di carattere keynesiano. (Poi vi è la Cina ma al momento la Cina è un tema isolato) 

Ci auguriamo che quanto prima in Sede Comunitaria si decida in tema di revisione di questa mission della BCE e delle rigide regole del 3% tra deficit e PIL, anche per via dell’insorgere di problemi inerenti l’allargamento a 25 o in sede Ecofin (Riunione dei ministri economici dei paesi aderenti), come già aveva provato l'allora ministro Tremonti, o in altra sede ancora, ma in ogni caso sia ripreso questo tema per liberare spazi gestionali alla Banca Centrale Europea e ai Governanti dei Paesi aderenti pena il proseguire ad una velocità di stentata crescita economica certamente non comparabile con quella americana con tasso di crescita doppio rispetto quello della UE. 

Vediamo ora cosa dicevamo un anno fa e come sono andate realmente le cose.

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